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Gianluca, la devozione in spalla. 130 chili di cera per dire grazie
Cominciò a portare 50 chili, poi 70, due volte 90, quindi 100 e l’anno scorso 125.
«La fede è più forte del peso e della fatica»

Esprime la sua devozione in chili di cera e sudore e anche se, in tempi di ristrettezze economiche, quella torcia vuol dire ancora più sacrifici durante tutto l’anno, lui non può rinunciarci. Non è mai venuto meno a quella promessa pronunciata più di dieci anni fa. Un voto a Sant’Agata arrivato a pesare 130 chili. «Tutti portati in spalla da solo», precisa Gianluca D’Arrigo, 30 anni, sposato con Lucia, due figli di 4 e 14 anni e una fede incrollabile.
«Tutto è iniziato quando avevo 18 anni – racconta durante l’attesa nella cereria Cosentino di piazza San Placido, a Catania, dove ormai è di casa e dove ogni anno prenota il “turciuni” – Sant’Agata mi è apparsa in sogno e- anche se non capivo più dove fossi, in Paradiso o nel letto d’ospedale, ho pensato che tutto sarebbe andato bene».
E così è stato. L’operazione al viso è perfettamente riuscita e oggi la cicatrice sul volto del devoto catanese è diventata solo il ricordo di quell’ex voto suggellato subito dopo. «Ero giovane e spaventato, Sant’Agata mi ha graziato». Gianluca, che vive e lavora a Zafferana, guida un camion e recupera rottami e ferro vecchio per tutta la provincia, non ha dubbi e i suoi occhi diventano lucidi ogni volta che racconta la sua storia. «Ebbi un bruttissimo incidente in motorino, mia madre non mi riconosceva nemmeno perché ero sfigurato. Ero ricoverato ad Acireale, dormivo, svenivo, mi dovevano dare punti dentro la bocca e ho visto Sant’Agata. Lei mi ha guardato, io ho visto gli angioletti, sullo sfondo un fumo bianco e giallo. Poi è andato tutto per il meglio, anche se i medici non erano affatto ottimisti».
Da allora il devoto, che quando non può andare in cereria, a Catania, si fa inviare in chat le foto della sua torcia che cresce (prima 50 chili, poi 100, 110 fino a 130), ha fatto un voto a Sant’Agata per ringraziarla. Con questo gesto, infatti, i fedeli intendono sciogliere esteriormente un voto o manifestare la propria riconoscenza alla Santa per una grazia ricevuta.
«Promisi a Santaituzza che avrei portato in spalla 500 chili. Non tutti insieme, ovviamente, ma sommati negli anni. Per questo il peso della mia candela è cresciuto di anno in anno. Il primo anno ne ho portati 50, poi 70, poi due volte 90, poi 100 e così via, sino ai 125 chili dell’anno scorso. Adesso ho fatto un voto nuovo. Non chiedo nulla di particolare a Sant’Agata, solo di starmi vicino. La ringrazio e basta».
Manifestazione di fede, ringraziamento per una grazia ricevuta, voto di devozione infinita, la tradizione vuole che il cero portato in spalla debba essere dello stesso peso del portatore o comunque proporzionato. Ma il turciuni di Gianluca è di gran lunga più grande di lui. Uomo minuto, esile, ma svelto. Quella torcia supera il suo capo di 20 centimetri, ma lui la abbraccia con affetto.
«Tre giorni prima dell’inizio dei festeggiamenti, porto la torcia a casa e la preparo per la lunga processione. Al centro posiziono un cuscino in gommapiuma foderato da una stola di raso rosso. L’appuntamento, il 5 pomeriggio, è in piazza San Placido. Alcuni amici mi affiancano durante il percorso e mi aiutano ad alzarla, a metterla in spalla (da solo non ce la farei) – continua Gianluca, che quest’anno ha pure iniziato una preparazione atletica per la lunga e faticosa notte del 5 – Quando esce Sant’Agata inizia il mio cammino. Ogni 20-30 passi mi fermo, a volte di più a volte di meno. La sosta dura in media cinque minuti».
La fede è più forte del dolore e del peso che si porta in spalla, come raccontano tantissimi fedeli: «Una volta in processione non sentiamo più il peso di quel fardello in spalla». «E’ vero, neanche io sento più il peso – conferma il devoto-recordman – ma l’anno scorso sono finito in ospedale alle sei del mattino per un abbassamento di pressione. Se capiterà di nuovo anche quest’anno, lo accetterò. Di sicuro non mi risparmierò per Lei, perché quello è il nostro giorno e arriva solo una volta all’anno. Il 5 febbraio è il mio giorno, lo dedico a me, alle mie preghiere, concentrato sul viso dolce di Agata. Non vedo l’ora che arrivi».
Un viaggio che dura il tempo di una notte, ma che nasce centinaia di anni fa, in una bottega dove si lavora la cera, in una chiesa dove ci si inginocchia, in una preghiera intima di un fedele che impara a ringraziare. Un modo semplice ma ricco di pregare.
La Sicilia Domenica 02 Febbraio 2014, Eva Spampinato

 

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